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Vecchio 11-01-2013, 12:24
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Jappofan Gēmu Otaku 
Predefinito Goldrake, Lupin III, Holly e Benji valgono il 10%

In principio fu Goldrake. Dietro di lui, tutta la schiera dei super robot, e qualche mielosa concessione al feuilleton con «Candy Candy». Poi vennero i colpi gobbi di Lupin III, un po' noir un po' eroticomici, le improbabili gesta atletiche dei vari Holly e Benji o Mila e Shiro, gli scenari post atomici di «Ken il Guerriero».
Quelli che parlano bene li chiamano «anime», per tutti gli altri sono i cartoni animati giapponesi. Su un assunto nessuno potrà dissentire: rappresentano parte imprescindibile dell'immaginario collettivo della generazione dei trenta-quarantenni. Che a quanto parte sta determinando il successo di «Storia dell'animazione giapponese. Autori, arte, industria, successo dal 1917 a oggi», monumentale saggio che Guido Tavassi ha pubblicato per Tunué (euro 24, pp. 608): la prima edizione si avvia all'esaurimento, mentre per febbraio si attende l'e-book. Un'opera scientifica, buona per chi intende compiere il grande salto dalle vaghe memorie infantili e dalle passioni adolescenziali alla piena consapevolezza del fenomeno. Che è innanzitutto economico: «Se consideriamo l'intera filiera – spiega Tavassi – che parte dalla produzione delle serie e arriva al merchandising, in Giappone l'animazione vale il 10% del Pil. Stiamo di fatto parlando del terzo comparto dell'economia nipponica. Un fenomeno in larga parte commerciale che nasce comunque dall'arte». Un'arte che, dall'impero del Sole Levante, ha fatto proseliti in giro per il mondo.
FOTO
Cartoni animati giapponesi

Perché il Giappone?
Nessun dubbio sul fatto che lo Stato asiatico stia all'animazione come gli Usa stanno al cinema: laggiù ci sono i primi produttori e consumatori del genere, c'è quello che potremmo definire uno «star system», c'è un pubblico competente e ci sono titoli che escono nelle sale cinematografiche raccogliendo più spettatori dei film con attori in carne e ossa. Perché proprio laggiù? «La risposta – spiega Tavassi – va probabilmente ricercata nel profondo radicamento che il racconto per immagini ha nella cultura giapponese. Basti considerare gli emakimono, rotoli illustrati del decimo secolo attraverso i quali si dipanava una storia, e i kamishibai diffusissimi a partire dal dodicesimo secolo, la cui arte non era molto distante da quella dei cantastorie occidentali. Senza contare che la stessa scrittura per ideogrammi – continua l'autore – è parente stretta del disegno».
Perché l'Italia?
Ancora meno dubbi a proposito del successo dell'animazione giapponese in Italia: «Negli anni Settanta – spiega Tavassi – qui da noi era l'epoca delle televisioni private. Si moltiplicavano gli spazi di trasmissione e vennero in larga parte riempiti da queste produzioni importate a basso costo dal Giappone». Fu un successo imprevisto e imprevedibile che inaugurò un filone destinato a durare per tutti gli anni Ottanta. «Il big bang – racconta lo studioso - fu Goldrake che aprì le porte al genere super robot. Sui banchi di scuola ogni giorno si finiva inevitabilmente per parlare della puntata del pomeriggio precedente». Di lì a poco avrebbero varcato gli italici confini pure i vari Mazinga e Jeeg che portavano la firma dello stesso maestro Go Nagai. Con tutte le polemiche a proposito della presunta «violenza» dei loro plot. «Ma alla base – dice Tavassi – c'era un equivoco: quelli non erano prodotti destinati a un pubblico per bambini». Non lo era neanche «Georgie» di Yumiko Igarashi, che addirittura «raccontava di torbidi amori adolescenziali con risvolti incestuosi». Da noi lo trasmise Italia 1 nell'84, sforbiciando le scene più piccanti.
Non è roba per ragazzini
Eggià: in Giappone l'animazione commerciale serve un pubblico di tutte le età e percorre tutti i generi, horror ed erotismo compresi. «Qui da noi – continua Tavassi – arrivarono tra le trecento e le quattrocento serie. Importammo di tutto». Compreso qualche capolavoro: chi ricorda, per esempio, «Kyashan il ragazzo androide» di Tatsuo Yoshida o «Capitan Harlock» di Leiji Matsumoto sa a cosa ci si riferisce. Capolavoro era anche la prima serie di Lupin III, «un personaggio – prosegue lo studioso – dalla vicenda affascinante: nasce nel '67 come manga di Monkey Punch in perfetto stile Nouvelle Vague. La prima serie televisiva del '71, cui collabora anche il grande Hayao Miyazaki, ha molto di quelle suggestioni: incrocia il noir, l'erotismo e qualche concessione comica. Le successive serie andranno sempre di più verso quest'ultima direzione. Più commerciale lontana dal Lupin originario». Che non è roba per ragazzini.


Per approfondire il discorso guardate il sole24 (mica pizza è fichi )
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Per uno come me che non ha niente, l'unica cosa che potevo buttare via per te, era me stesso(Take Care of the Young Lady)
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  #2  
Vecchio 12-01-2013, 19:11
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Suzaku Fan
 
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Predefinito Riferimento: Goldrake, Lupin III, Holly e Benji valgono il 10%

Da non cederci qualcuno serio che finalmente dice che i cartoni animati giapponesi non sono cose da bambini e che in italia sono stati "fraintesi"
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Nonostante la morte ci separi le nostre due anime continueranno a cercarsi per sempre.
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  #3  
Vecchio 14-01-2013, 19:04
L'avatar di marco
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Jappofan Gēmu Otaku 
Predefinito Riferimento: Goldrake, Lupin III, Holly e Benji valgono il 10%

c'è ne più di uno, è che non vengono ascoltati, però questo era veramente un buon articolo! in più trattava di economia . Pensate solo all'indotto che generano i manga, tra action figure, localini a tema, manifestazioni, vestiti, gadget di ogni tipo, sono veramente tante le persone che sfamano
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